Spice Oddity

My name is potato

Noodle di patate dolci all'orientale

Quando ero bambina, all’incirca fra il Paleozoico e il  Mesozoico, avevo una bella collezione di 45 giri, che ascoltavo infilandoli con grande soddisfazione nel mio mangiadischi arancione. Fra questi, ce n’era uno al quale ero particolarmente affezionata. Conteneva una canzone per bambini cantata da Rita Pavone, “My name is potato”. Questa qui:

Qualche tempo fa, mentre insegnavo a mio figlio i nomi degli ortaggi, mi è tornata in mente, e così gliel’ho cantata e fatta ascoltare qualcosa come un centinaio di volte. Risultato: ora chiama le patate “potato”, e io posso vantarmi con parenti, amici e gente incontrata per caso al parchetto del fatto che sto crescendo un piccolo bilingue, complice il fatto che quando parla non si capisce una cippa, per cui potrebbe tranquillamente essere figlio di un kazako.

Nessuno immaginerebbe che dietro tanta brillantezza ci sia un così oscuro segreto: una canzone dimenticata (e francamente dimenticabile) di Rita Pavone. Beh, ora qualcuno suppongo lo immaginerà. Tutto questo per dire che vorrei parlarvi di patate, anzi di “batate”, quelle radici tuberose dalla pasta arancione anche conosciute come “patate americane”.

A tal proposito, c’è un dubbio che mi assilla da un po’: la patata americana che ricordavo io si comprava già cotta con la buccia oppure si cuoceva nel forno intera e aveva un sapore che, nei miei ricordi, è stomachevole e disgustoso.

A dire il vero, non ricordo nemmeno che avesse la pasta arancione. Ora ditemi: che cosa è successo negli ultimi… diciamo trent’anni? Si tratta di un cedimento della mia memoria, di mutamento nei gusti o non ci sono più (e per fortuna) le patate americane di una volta? Forse solo mia madre, che ne andava ghiotta e cercava vanamente di rifilarmele, potrà rispondermi.

Comunque sia, al momento la sweet potato, patata dolce, o batata, o patata americana, mi piace da impazzire, in tutti i modi: tagliata a cubetti e arrostita al forno con aglio, alloro e rosmarino, bollita, fritta, in purée. E anche trasformata in spaghetti, o meglio in noodle.

L’idea mi è venuta assaggiando i noodle di patate dolci, che sono utilizzati nella cucina coreana, e in generale in quella orientale (probabilmnete cambia il tipo di patata, fatto sta che di recente ho mangiato degli ottimi spaghetti di patate anche al ristorante cinese); nella loro versione originale, i noodle di patate dolci coreani (dangmyun) sono fatti con l’amido di patate, e somigliano un po’ agli spaghetti di soia per la consistenza viscida e l’aspetto traslucido.

In questo caso, ho deciso di semplificare parecchio la cosa spiralizzando i miei noodle a partire dalla patata cruda con l’apposito strumento. E fin qui sembra semplice (lo è, tranquilli), se non fosse che gli spaghetti spiralizzati di sweet potato, a differenza di queli fatti con le patate normali, tendono a rompersi in cottura, per cui farli bollire come dei comunissimi spaghetti non è un’opzione, ed è anche meglio farli belli grossi.

Per il condimento mi sono ispirata a un celeberrimo piatto coreano, il japchae, a base appunto di spaghetti di patate dolci (quelli fatti con l’amido) e verdure saltate.

Un piatto davvero essenziale nella sua estrema semplicità, eppure tutt’altro che sciatto; è una di quelle cose iluminanti, banali eppure deliziose, come gli spaghetti al pomodoro (sì, lo so, farli bene non è facile e bla bla bla). Occorre solo metterci un po’ di cura.

Per non gettare i consistenti scarti di patata rimasti dalla spiralizzazione, li ho fatti bollire e ho preparato un purée di patate dolci ammorbidito con latte di cocco e aromatizzato con noce moscata, e degli gnocchetti vegan a base di patate dolci schiacciate e farina.

ingredienti noodles noodle-di-patate-dolci-1

Ingredienti per quattro persone

  • 3 patate americane di dimensioni medie
  • 4 cipollotti freschi (incluse le parti verdi)
  • 2 spicchi d’aglio
  • funghi shitake oppure pleurotus, in base ai gusti
  • 100 gr di foglie di spinacino
  • 3 piccole carote
  • 15 cucchiai di salsa di soia a basso contenuto di sale
  • 3 cucchiai di zucchero di canna grezzo
  • semi di sesamo a piacere
  • peperoncino secco o fresco a piacere
  • olio di sesamo
  • olio di arachidi

Preparazione

Se avete deciso di utilizzare i funghi shitake secchi, metteteli a bagno almeno quattro ore prima, e strizzateli prima di utilizzarli.

Lavate e sbucciate le patate, poi preparate i vostri noodle con la macchinetta o il temperino facendo attenzione a ricavare degli spaghettoni abbastanza grossi.

Inumiditeli con l’olio di sesamo e metteteli da parte.

Preparate il condimento facendo sciogliere lo zucchero nella salsa di soia a fuoco basso per pochi minuti (deve restare liquida) e mettetela da parte.

Sbucciate l’aglio, tritate i cipollotti (ricordatevi di tenere da parte qualche pezzetto verde per guarnire), sminuzzate il peperoncino e tagliate i funghi a cubetti.

Fate soffriggere in un wok con un po’ d’olio di arachidi aglio, cipollotto, peperoncino e funghi .

Quando i funghi si saranno ammorbiditi, unite le carote tagliate a fettine sottilissime con la mandolina o lo sbucciapatate.

A questo punto potete aggiungere i noodle. Lasciateli tostare un minuto, abbassate un po’ il fuoco e irrorateli con la salsa ed eventualmente un po’ d’acqua calda.

Aggiungete lo spinacino, ma fate attenzione a mescolare con molta delicatezza e senza usare il cucchiaio: gli spaghetti potrebbero spezzarsi. Fate saltare usando il manico del wok.

Coprite per un paio di minuti, poi scoprite e lasciate assorbire il liquido in eccesso a fuoco medio. Non ci vorrà molto perché si cuociano, e l’ideale è che restino un po’ croccantini.

Impiattate spolverizzando su ciascuna porzione un po’ di semi di sesamo leggermente tostati.

 

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One thought on “Una specie di Pad Thai”

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